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Le Patolologie Dolorose

il dolore da cancro

Il dolore da cancro

Il dolore da cancro

 Nonostante i progressi dell’oncologia ed i moderni metodi di cura dei tumori, spesso nella sua evoluzione il cancro s’accompagna a dolori severi. Tali dolori sono presenti nel 20-50% dei pazienti con cancro in fase iniziale (alla diagnosi) ed in più del 70% di quelli in fase avanzata e terminale. Si può calcolare che in Italia il dolore affligga da 30.000 a 70.000 pazienti per anno all’epoca della diagnosi del tumore e 100.000 pazienti per anno nella fase avanzata/terminale   


Nonostante i progressi dell’oncologia ed i moderni metodi di cura dei tumori, spesso nella sua evoluzione il cancro s’accompagna a dolori severi. Tali dolori sono presenti nel 20-50% dei pazienti con cancro in fase iniziale (alla diagnosi) ed in più del 70% di quelli in fase avanzata e terminale.

   Si può calcolare che in Italia il dolore affligga da 30.000 a 70.000 pazienti per anno all’epoca della diagnosi del tumore e 100.000 pazienti per anno nella fase avanzata/terminale.

   Per fortuna, questi dolori possono essere controllati. A questo scopo si dispone oggi di vari metodi di cura che devono essere scelti in base ai meccanismi che producono il dolore: tale scelta, quindi, è compito dell’algologo.

   Il dolore da cancro può essere dovuto a tutti i meccanismi in grado di produrre dolore: tali meccanismi, inoltre, possono essere variamente combinati nelle diverse situazioni cliniche, conducendo a quadri clinici complessi. Questo ci fa capire che la comune dizione “dolore da cancro” non basta a descrivere la clinica e che tale dolore costituisce una formidabile sfida diagnostica e terapeutica ed un problema di difficile soluzione per il medico non specialista in algologia.
   Per comprendere la complessità dei possibili quadri clinici, si tenga presente che il dolore da cancro può essere dovuto a:

  1. l’invasione tumorale della pelle, dei muscoli, delle ossa e delle articolazoni. La crescita del tumore in queste sedi può comportarne la compressione o l’infiltrazione con sostituzione del tessuto normale con quello patologico, assieme ad una reazione infiammatoria che produce, oltre il dolore, anche la febbre e l’astenia, frequenti in questi pazienti;
  2. l’invasione tumorale dei visceri. Oltre la reazione infiammatoria, nel caso dei visceri cavi è possibile che vi sia la compressione di un canale che trasporta un liquido organico, per esempio le vie biliari o l’uretere (per cui il liquido ristagna sopra l’ostruzione, distendendo il canale). L’eccessiva distensione delle vie biliari o dell’uretere provoca la contrazione della muscolatura delle loro pareti, responsabile delle “coliche”. Nel caso dei visceri pieni (come il fegato), l’invasione tumorale può comportare l’aumento di volume del viscere con dolore da distensione della capsula di rivestimento;
  3. l’invasione tumorale dei nervi. La crescita di un tumore in prossimità dei nervi può produrre un dolore da infiammazione del nervo o da distruzione del nervo. Quest’ultimo dolore, che definiamo neuropatico, è uno dei più difficili da curare.

   Riconosciuto il meccanismo che produce il dolore, si deve decidere la terapia. La decisione va presa in base:

  1. al meccanismo che produce il dolore,
  2. alla distribuzione del dolore
  3. alla fase di malattia, all’aspettativa di vita del paziente, al suo atteggiamento psicologico, alle sue preferenze terapeutiche, alle sue abitudini di vita e di lavoro ed alla sue reali aspettative.

IMPORTANTE PER I PAZIENTI E I LORO FAMILIARI 

Per quel che concerne la fase di malattia e l'aspettativa di vita, i pazienti ed i familiari che li assistono e li supportano nelle decisioni terapeutiche devono avere ben chiare due diverse possibili situazioni che sono quella del paziente terminale e quella del paziente con lunga aspettativa di vita. Distinguere queste due diverse situazioni è fondamentale perchè sono molto diversi gli obiettivi da perseguire e le decisioni terapeutiche da prende nell'una o nell'altra.

La situazione del paziente terminale

Il paziente terminale è quello che prevedibilmente vivrà soltanto qualche settimana o pochi mesi e, di solito, oltre il dolore ha anche una serie di disturbi generali quali l'inappetenza e la nausea, una tipsi ostinata (non di rado dovuta ai farmaci), la tosse, il malessere generale, un più o meno rilevante stato depressivo, la facile stancabilità, a volte la difficoltà a concentrarsi, la sonnolenza e molti altri. Questo paziente dev'essere seguito dai medici che si occupano di cure palliative e richiede un'assistenza generale più o meno intensiva ed una complessa terapia farmacologica che quasi sempre include l'uso della morfina (o similari) a dosaggi progressivamente crescenti e spesso il ricorso ad una più o meno profonda sedazione. 

La situazione del paziente con lunga aspettativa di vita

Molto diversa dalla tragica situazione prima descritta è quella del paziente che, sebbene affetto da cancro, ha un'aspettativa di vita di

qualche anno

o per lo meno di

molti mesi

e che ha il

dolore come unico o principale disturbo

.

 

Si tratta, in questo caso, di un paziente che ha una vita di relazione pressochè normale, che guida l'automobile, che, se è in età lavorativa, continua ad esercitare le sue abituali attività, che ha normali capacità intellettive e decisionali e che è limitato soltanto dalla presenza del dolore. Si tenga presente che questo dolore può anche essere molto severo e invalidante (si pensi al dolore delle plessopatie lombosacrali o cervicobrachiali), che ostacoli il sonno ed impedisca il riposo e che sia tale da far sì che il paziente non riesca a concentrasi su null'altro che non sia il dolore stesso.

 

Per questo dolore, il medico non specializzato in algologia non potrà fare altro che prescrivere la morfina (o i suoi analoghi, come cerotti e similari) in dosi elevate e progressivamente crescenti ottenendo, da un lato, un controllo del dolore solo parziale e dall'altro più o meno importanti effetti collaterali, specie una stitichezza ostinata, la nausea e il vomito con riduzione dell'assunzione del cibo e conseguente dimagrimento, un certo grado di sedazione e sonnolenza con riduzione delle capacità intellettive e della concentrazione mentale. Non si scordi neppure che il paziente che assume morfina (o i suoi analoghi) non dovrebbe guidare l'automobile e neppure adoperare attrezzi potenzialmente pericolosi come seghe elettriche, falciatrici, tagliaerba e simili.

 

Per questo paziente

non è sufficiente l'assistenza del medico che si occupa delle cure palliative ed è necessaria la consulenza dell'algologo

per valutare la possibilità di applicare le tecniche antalgiche specialistiche in grado di controllare il dolore possibilmente senza il ricorso alla morfina (e ai suoi analoghi)

Creato da:  Dott. Marco La Grua

Data pubblicazione:   25/10/10
Data di modifica:  01/11/10
 
 

Informazioni sullo studio

Dott. Marco La Grua

Master in Terapia del Dolore

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